L’organizzazione no-profit che sta ripulendo gli oceani dalla plastica

L’idea è dell’olandese Boyan Slat, allora 16enne durante un tuffo nel Mediterraneo racconta ebbe l’impressione di vedere più buste di plastica che pesci, iniziò così a chiedersi come poter cambiare le cose.

Due anni più tardi nel 2013 fondò l’ente no-profit The Ocean Cleanup con la missione di sviluppare tecnologie avanzate per eliminare la plastica dagli oceani del mondo. 

Nel team multidisciplinare e multiculturale che oggi è composto da più di 80 persone operanti nella ONG, ci sono anche due italiani, l’ingegnere Roberto Brambini e il biologo marino Francesco Ferrari. Ferrari raccontando lo sviluppo del progetto ci spiega che Ocean Cleanup ha avuto un’evoluzione importante: da organizzazione principalmente di volontari, è cresciuta e si è strautturata grazie all’apporto di professionalità diverse ed un notevole spirito di ottimismo, tutt’ora cifra distintiva dell’iniziativa.

Il progetto della ONG olandese– il cui slogan è ‘’The largest cleanup in history’’- consiste nel navigare gli oceani con una particolare imbarcazione trainante un lungo tubo galleggiante arcuato, posizionato in maniera tale che le correnti sospingano verso l’angolo acuto i rifiuti in superficie, facilitandone la raccolta.

Dalla la sua creazione ad oggi, The Ocean Cleanup è riuscita a raccogliere 31 milioni di dollari in donazioni da tutto il mondo per avviare il suo progetto che entro 5 anni si è prefisso di ridurre della metà la plastica della Great Pacific Garbage Patch, l’isola di plastica itinerante nell’Oceano Pacifico, tra California ed Isole Hawaii ed entro il 2050 della totalità, eccezion fatta per le microplastiche.

The Ocean Cleanup ha annunciato che il suo prototipo, grazie anche alle recenti migliorie, sta catturando i detriti di plastica del Pacific Trash Vortex. La notizia, attesa da un anno, da quando la macchina per ripulire gli oceani salpò, o addirittura da sette anni, quando l’allora diciannovenne Boyan Slat presentò per la prima volta al mondo la sua vision, è finalmente arrivata: la macchina per raccogliere i rifiuti plastici dal mare sfruttando le correnti oceaniche funziona efficacemente.

Scoperta alla fine degli anni ‘80, la Great Pacific Garbage Patch con i suoi 10 milioni di chilometri quadrati – è un’aggregazione di plastica formatasi negli anni grazie all’ opera delle correnti oceaniche che hanno convogliato in ‘isole galleggianti’, al centro di vortici oceanici, i rifiuti provenienti dai fiumi.

Si stima che dal 1950 ad oggi siano state prodotte 8 miliardi di tonnellate di plastica, di cui il 90% non è mai stato riciclato ed è stato disperso nell’ ambiente, nei casi migliori stoccato in discariche.

Di queste isole, attualmente, se ne contano altre quattro, cinque se si considera l’isola in formazione nel mare di Barents, alle porte dell’Artico, a ridosso dei ghiacciai.

La gravità della situazione è rimandata anche dall’allarme lanciato al World Economic Forum: “se si continua a questo ritmo, la plastica presente nei mari nel 2050 potrebbe raggiungere cinque volte il peso di tutte le creature marine esistenti.”

Per saperne di più consulta l’articolo su Corriere.it

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